In occasione della ricorrenza dell’olocausto, Mattia, un nostro giocatore che vuole rimanere in incognito, ha voluto portare il suo contributo a questa nostra rubrica. Buona lettura!

“Salve a tutti, si, lo so che con la pallacanestro ha poco a che fare ma noi, che siamo i nipoti o i pronipoti, abbiamo il dovere di riportare alle generazioni future la disgustosa e aberrante tragedia che ha distrutto la vita di milioni e milioni di persone che avevano l’unica colpa di non essere conformi all’ideologia razziale di Hitler.

Il Parlamento italiano, nel 2000, ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA in ricordo delle vittime del nazionalsocialismo (nazismo) e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati; la data è stata scelta perché all’inizio del 1945, proprio il 27 gennaio, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz liberando i pochi superstiti.

Tempo fa, ho avuto l’opportunità di conoscere Ettore, suo nonno, purtroppo, ha vissuto in prima persona quel periodo oscuro della storia dell’umanità! Ettore è il padre di un mio ex compagno di scuola.

Un giorno mi trovai a casa di Jacopo a studiare storia e più precisamente il capitolo della seconda guerra mondiale; stavamo ripassando a voce alta, ad un certo punto si avvicinò suo papà e ci disse:volete proprio sapere la verità sulla guerra che state studiando? Mio nonno, quando ero piccolo, mi sedeva sulle sue ginocchia e mi raccontava le storie vissute durante il periodo della guerra. Spesso, mentre parlava, i suoi occhi diventavano lucidi.

Nel ’43 è stato deportato in Austria al campo di Mauthausen, deportato perché accusato di essere Ebreo. Mi ha spiegato che quando è arrivato lì, lo hanno spogliato, privato di ogni cosa personale anche di poco valore, lo facevano, a detta del nonno, per azzerare i ricordi che qualsiasi oggetto può portare nella mente per avere il totale controllo della persona. Poi lo hanno rasato a zero.

Gli è stato consegnato una specie di pigiama a righe bianche e blu che è diventato poi il suo unico indumento, dopo di che gli è stato inciso sull’avambraccio il numero di matricola che ancora si intravedeva impresso nella carne…Venivano stipati a centinaia nelle loro celle, prigionieri. Uscivano solo per lavorare; lavoravano fino a quando le gambe cedevano e le braccia non si sollevano più.

Stavano in fila per delle ore solo per ricevere un po’ di brodo insipido con del pane vecchio ammollato, solo questo, una volta al giorno. Quando conosceva una persona non era sicuro se il giorno dopo la rivedeva.

Alla fine di questo racconto Ettore ci promise di incontrarci ancora per riportare altre storie di suo nonno; eravamo estasiati di quello che ci raccontava, e così è stato.

Il papà di Jacopo, è stato per noi una fonte inesauribile di testimonianze che hanno sostituito degnamente i testi di scuola”!


Mattia