Mai come quest’anno, le nostre formazioni nazionali delle varie Under hanno fatto un’incetta di titoli così copiosi, culminati con il titolo Europeo dell’Under 20 maschile. Si sono sprecati fiumi di parole, ettolitri di inchiostro: tutti dicono la loro, pontificando un movimento che, a sentire certi commenti, sarebbe ormai destinato a un’epoca d’oro.
Non vorrei fare la parte del pessimista, però, proprio nei momenti di entusiasmo collettivo, sarebbe salutare fermarsi a riflettere. Perché il successo, per quanto meritato e frutto di lavoro serio, rischia di diventare un abbaglio se non è accompagnato da basi solide e progetti a lungo termine. Le vittorie delle nostre Under sono il frutto di un sistema che sta finalmente maturando, oppure il risultato di un ciclo di talenti eccezionali destinato a esaurirsi?
Il rischio è quello di confondere l’effetto con la causa: scambiare qualche medaglia per la conferma definitiva di un modello vincente. La verità è che, sotto la patina delle celebrazioni restano i soliti nodi irrisolti. In Italia la difficoltà di investimenti nei settori giovanili è palese, sia a livello federale che societario. A questo si aggiunge la difficoltà di accompagnare i ragazzi nel passaggio decisivo verso le prime squadre, garantendo loro continuità e spazi di crescita. Senza affrontare queste carenze strutturali, ogni vittoria rischia di restare un episodio, non l’inizio di un ciclo vincente.
Per esigenze di sponsor, molte società preferiscono puntare su squadre di “marpioni”, giocatori esperti, affidabili sul breve periodo, per assicurarsi la permanenza in categoria o per un mero appagamento personale. Secondo me scelte comprensibili sul piano oggettivo, ma che frena il ricambio generazionale e blocca la crescita dei giovani. Però, come detto in altro articolo, sembra che la tendenza stia cambiando, speren…!
Buon scampolo d’estate!
Viva il basket, sempre!
